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Isabella vicentini, la poesia scolpita nella pietra millenaria

isabella-vicentiniLa scrittura poetica di Isabella Vincentini, con esordio nel 1998, si situa nel solco della tradizione del Novecento e immediatamente a ridosso di quell'esplosione di vitalismo delle poetiche degli anni Settanta, rappresentate dall'esperienza della rivista "Niebo", fondata da Milo De Angelis, dalla Parola innamorata di Giancarlo Pontiggia e dal ritorno al mito di Giuseppe Conte.

Intessendo nel tempo un fitto dialogo di sodales e critico militante di quella generazione, la Vincentini contemporaneamente ripercorre, avendo al suo attivo già tre libri di saggi, la propria formazione a cavallo tra lo studio dei classici greci, le poetiche della Lirica novecentesca e il pensiero post-nietzscheano francese (da Foucault a Blanchot, da Lacan a Deleuze e Derrida, nonché la nuova filologia di Vernant e Detienne).

Da questo complesso intreccio, nasce una versificazione che situa nella Grecità ogni emozione esistenziale, e che ritrova nelle figure arcaiche del mito il nucleo inalterabile di ogni esperienza interiore.

"Ogni vicenda quotidiana ha un nome greco e un giudizio greco", scrive Milo De Angelis nella bandella di Le ore e i giorni ed ancora: "Tutta l'opera di Isabella Vincentini è attraversata da un motivo ricorrente. Questo motivo non è solo una ripetizione o un filo conduttore. E' qualcosa di più arcaico: è un'ossessione scolpita nella pietra, un'ossessione che ci guarda da millenni. E assume le voci, i suoni, i colori di una terra precisa. Questa terra è la Grecia. Ed è soltanto la Grecia. Non un generico sfondo antico, ma la storia greca, gli déi greci, il mare greco, l'alfabeto greco. Tutto viene sentito attraverso questa presenza. [...]. In continuazione appaiono ulivi, isole, vele, scudi, vesti di lino, oracoli, antiche korai e antiche battaglie. Battaglie che un tempo fondarono una civiltà e che ora fondano una qualunque storia d'amore per le strade di una città contemporanea. [...] Dietro le scene di passione o di rifiuto, di tregua o di guerra tra questa donna e questo uomo, si scorgono le ombre di Leonida e dei suoi Spartani alle Termopili. Si scorgono i sentimenti greci del bello e dell'unico, del valore guerriero e della tragedia, contrapposti al resto del mondo. E si scorge una visione aristocratica ed eroica, sotto la grande ala custode di Friedrich Nietzsche ("Aiutami a non disonorare la vita!"), lontana da ogni idea corrente e tutta protesa alla fondazione di un'altra nobiltà, una visione etica e poetica tra le più singolari e coraggiose dei nostri anni".

Quella di Isabella Vincentini è una scrittura diaristica (Le ore e i giorni, Diario di bordo), lirica e tesa, "fissata sui perni della vocatività e dell'iterazione, come scrive Giusepe Conte nella Presentazione. E' una poesia di suppliche, Invocativi e Invocazioni (come indicano le sezioni del libro), frammentaria e compatta, scissa e fulgente, rigorosa e coraggiosa.

Una poesia che "prende una fortissima coloritura rituale e dunque drammatica, scenica", nota Giuseppe Conte: "Non viene in mente Saffo, e neppure Archiloco, neppure quando appaiono i suoi melograni. Vengono in mente, almeno a me, Eschilo e Sofocle. E la poetessa moderna che è Isabella Vincentini, piena di entusiasmo e sofferenza, prende le sembianze senza tempo di Elettra e di Antigone".

Non si tratta di una poesia elegiaca, anzi è totalmente priva di nostalgia per un mondo greco lontano e perduto, perché per la Vincentini ogni valore greco è qui, inesauribile e suggestivo, verticale e profondo in quanto fissato nella psiche. E' una prospettiva di vita che procede orizzontalmente dal passato al presente o viceversa, e sempre ritrova quel tratto esistenziale del mito che rende indimenticabile una passione, un carattere, un destino, una storia.

Perciò Isabella, anima pagana, devota e politeista, "Sui monti di Creta" , a Itanos o a Festos, a Dodona, Arahova o a Corinto (come indicano i titoli di alcune poesie), ad Argo a Tebe a Nauplio o a Pylos, si rivolge direttamente ad Erato, Cipride, Melpemone , Artemide , alle Nereidi, ai grifoni e alle sirene, per essere soccorsa dai suoi "perduti sogni di albero in rivolta", per non venir meno al giuramento, per mantenere a qualsiasi costo il patto di fedeltà a un codice d'onore. "Cipride, tuo era il giuramento. / Dentro gli alti muri degli afflitti / venne, nell'insania, la lealtà degli affetti; // sotto i piedi il cuore, / per tenere alto il giuramento. Ahi, grida, tu, quanti pianti, / ma a noi è vietato il compianto.". Per essere aiutata a "cadere al buio, / in piedi, nel punto oscuro del sogno / come quando alle feste di Adone, / accorrevo per raccogliere mirra" .

Luoghi, natura, mito e anima si affastellano e confondono nell'esprimere slanci e dolori, nello sforzo continuo di rimanere fedele ai sogni, di non sottrarsi alle prove e di mantenere intatto il giuramento: "Eppure – dentro di noi ancora abita l'eroe che / dell'abito grigio si spoglia". Invoca con fervore gli déi affinché "venga più sfumata l'infermità dell'ora". " Sorreggimi le ciglia oh dea, / con forza spegni / questo lungo addio, / restituisci il cuore / avvolto nella vela; / / sono ormai mille e mille giorni / che mi è stato tolto".

Come ha scritto in un saggio la stessa Vincentini, attenta a appassionata lettrice di Odysseas Elitis e della poesia neogreca, che cosa è per lei il mito? Lasciamolo dire a un grande poeta, Odysseas Elitis : "il mito è trasformare una pianta da qualcosa di neutro in femminile, considerarla come una Kore, una dea della vegetazione".

Accanto alla lezione degli antichi, infatti, la sua poesia è profondamente impregnata anche dalla parola di Elitis e dei poeti greci contemporanei. La mescolanza di voci antiche e moderne le provengono oltre che dagli studi, dai soggiorni ad Atene, dai viaggi nelle isole, raccontati in una particolare guida letteraria costituita dal libro Atene tra i muscoli dei Ciclopi dove, seguendo la visione di Henry Miller de Il colosso di Marussi e della straordinaria lettura del mondo greco di Roberto Calasso de Le nozze di Cadmo e Armonia, ci fa entrare in una Grecia corale in cui, da Esiodo, Pindaro e Plutarco a Seferis, Ritsos e Ioanna Karistiani, un modo di essere è rimasto inscritto nello spazio geografico e i miti, i marmi e le statue non sono testimonianze dell'antichità ma corpi vivi. "La Grecia morta e viva sono ancora strettamente allacciate, [...]. e con essa un paesaggio e attraverso questo i lineamenti di una condizione umana".

ISABELLA VINCENTINI (Rieti, 1954), vive e lavora a Roma. Saggista e critico letterario, si è laureata in Lettere classiche con una tesi su "Nietzsche e i Greci" e si è poi perfezionata in Filologia Moderna. Autrice di programmi culturali della RAI, ha collaborato con quotidiani e riviste. Di recente il romanzo Lettere a un Guaritore non ferito (Milano, La Vita Felice, 2009), è stato rappresentato, per la drammaturgia di Milo De Angelis presso lo spazio Mil a Milano.

Ha pubblicato saggi sulla poesia e l'estetica contemporanea in rivista e in volumi collettivi ed i libri: Atene. Tra i muscoli dei Ciclopi, Unicopli, 2002; Varianti da un naufragio. Il viaggio marino dai simbolisti ai post-ermetici, Mursia, 1994; Colloqui sulla poesia: Le ultime tendenze, Nuova ERI Edizioni RAI, 1991 e La pratica del desiderio. I giovani poeti negli anni Ottanta, Salvatore Sciascia Editore, 1986.

In poesia: Le ore e i giorni, La Vita Felice, Milano 2008 (finalista al premio Lerici-Pea) e Diario di bordo, I Quaderni del Battello Ebbro, 1998 (vincitore del premio Alpi Apuane); e nei volumi collettivi Le Avventure della Bellezza 1988-2008; Poesia e Sciamanesimo. Poetry & Shamanism (2004); Donneinpoesia, oggi, (2003); Lune gemelle. Dodici poeti italiani degli anni Novanta, a c. di Tiziano Broggiato, 1998. Altri testi poetici sono apparsi nelle riviste "Poeti e Poesia", "Inchiostri", "La clessidra" "Quaderno", "Astolfo", "L'Ulisse" e "Galleria".

Ha curato il libro di interviste di Milo De Angelis Colloqui sulla poesia, La Vita Felice, 2008.

DA LE ORE E I GIORNI


INVOCAZIONI

Accorrete Nereidi,

venite a soccorrere

i miei perduti sogni

di albero in rivolta,

sono stati tagliati tutti i rami:

io non più isola, ma secca.

Mio mare disseccato,

sopra una distesa di conquiste,

vento asciutto di bonaccia,

il premio alla vittoria

era la quiete dei giorni secchi.

L'ANGELO SCURO

Io che ti accusavo di lutto,

io che ti accusavo di morte,

io che vivi mostravo i morti sogni

io, non tu

fui rapita da Ecate

io, non tu

fui trascinata nell'insondabile

abisso.

Tu, accompagnatore scuro

avrai i figli della tua nera

crociata

a me, che il nero dello Stige,

divide l'ombra in due,

con la sua luce ambigua,

venga più sfumata

l'infermità dell'ora.

AL RISVEGLIO

Ora lo so: no

non hai avuto la mia

anima, ma il cuore

Cipride, tuo era il giuramento.

Dentro gli alti muri degli afflitti

venne, nell'insania, la lealtà degli

affetti

sotto i piedi il cuore,

per tenere alto il giuramento.

Ahi, grida, tu, quanti pianti,

ma a noi è vietato

il compianto.

Solo con un velo d'acqua

ora, posso ricomporti

anima, i pezzi.

UN INTERO ANNO IN FORMALINA

E' venuta anche quest'anno

l'estate, e mi ha sorpresa!

Quest'anno non andavo di fretta

ma a piccoli passi aspettavo

un cielo che mi ospitasse

azzurro, come quelli della nostra combustione,

greco, come la prima febbre

raffica da cui fuggii, un giorno, all'improvviso

lasciando indietro il cuore

ben esposto, mentre invocavo requie.

Io e il cuore ci tenevamo a distanza

d'occhio, a due metri

su rive opposte:

ma non riuscivamo a dividere ... !

Sorvegliavo ogni segno di debolezza

e sapevo che non c'erano vie d'uscita.

Finché, una nuvola fredda mi portò via:

premessa ai piaceri dell'autunno.

PARGA

Ho attraversato per due volte

l'Acheronte, con te, che mi

cingevi stretta la vita

volevo un segno del nostro passaggio

e ancora mi parla dall'angolo

della libreria:

frammento sottratto alle profondità di Dite

che tu, per me, furtivamente

hai posto nello zaino.

La Grecia era troppo fulgida per noi

per ascoltare del sacrilegio il vaticinio

...

la tua stretta, l'ho

lasciata dentro un'agenzia

di viaggi, che ci doveva

portare a Creta!

Fu come uscire per due volte

dalla mia stessa vita.

La casa ti ha aspettato

per un anno intero

ma io ...

ero sempre via!

NON SVENDERO' NE' CAVALLI NE' ARMATURE

Oh mia diletta dea,

dammi un Lunario nuovo

ora che ho un passo lento

di lusinga,

cerchi sinuosi hanno invertito la

mente, sono fluviali;

vengono spesso a visitarmi i giorni

degli asini bianchi e dei muretti a secco,

pensieri consumati tornano lievi

come muri d'arenaria;

l'orgoglio sale di nuovo a poppa

ma non sale come vela,

inalbera paesaggi di

isole ad oriente,

acque smaltate emergono

da ponente ...

per dire: "sii felice,

nascono di continuo, i giorni!".

ITANOS

Non venivano gli dèi

non parlavano i miti

ed io ascoltavo

ascoltavo e aspettavo

trattenendo il soffrire.

Poi vennero, ma come

mulinelli di sabbia, che

fanno male negli occhi e

bruciano più del pianto.

E venne anche il vento

anemos, forte e pietoso che

congiunse la mia anima

oltre il mare, ai nostri dèi di allora.

ELAFONISSI

Tra le montagne di Creta

il cielo e la terra

si chiusero sopra di noi

a perpendicolo, lungo

sterrati a piombo.

Mi sono testimoni

i luoghi: volevi

rendermi la pariglia

ma un dio deve esserci

che ancora non ha nome

il dio pietoso della Perdita

che ha custodito ciò che

sempre mancava

per restituirlo un giorno

ad altre mani

a un altro palpito

del cuore.

TIENI A MENTE I MONTI DI CRETA

O voi gente di Creta

o tu di Cipro

ed anche tu

per tutti i giorni che

non ci vedranno più insieme

tieni a mente i monti di Creta.

Raffiche di vento sleale

mi abbandonarono

a Troia, già distrutta

mentre pian piano

svaniva l'estate.

Eppure anch'io terrò per

sempre a mente

i nostri monti di Creta.

COME SE FOSSIMO ANCORA SU UNA SPIAGGIA DI LEMNOS

a Massimo Osanna

Dovrò tornare

per riprendere quella sagoma

bianca e azzurra,

diafana come le statuette di pietra,

umida e rossa come le terracotte

in esilio,

l'anima, la mia, quella che

visitata, ancora riveste, anche qui

di cremisi e d'oro

i giorni.

Lì la Grecia viene da Oriente

ritorna a Occidente

lì le statue sono guardiani

persi in una veglia di rocce,

allevati da madri tracie con

fasce di luce, fanno

ancora sacrifici che

brillano al sole come melograni.

Lì la Grecia viene da Oriente

ritorna a Occidente

fioriscono i melograni di Archiloco che

a vicenda ci offriamo.

Lì la Grecia viene da Oriente

ritorna a Occidente

ho tra le mani l'antico peso di telaio

dono della terra silicea,

per riannodare i giorni:

deca, da Efesto ai Kàbeiroi ...

per ornarmi del chitone frigio.

Deca, dalle navi vicino ai boccaporti

per vedere le isole abbracciate all'alba.

Deca, per mescolarci al risveglio

alla caccia delle vacche del sole.

Deca, per studiare i sorrisi silenti

delle statue acefale.

Deca, in salita lungo i crinali

per assistere all'ordalia dove

le strade sono sentieri

di mare e di pietre

come l'orlo dei giorni.

Deca, noi fermi come colonne

per perderci nelle volute degli eroi.

Deca, cercando uomini ...

figure nere, figure rosse

nei buccheri grigi.

Deca, per offrire identità

avvolte come viscere,

nella brace cuori occhi polmoni.

Deca, raccogliendo sassi:

riflessi opachi di granito

che ancora rendono

di bronzo i giorni.

Deca, senza scordare niente

qualcosa si ruppe per

barattare una vita con

niente.

... L'argilla, l'onda ...

in direzione opposta...,

"se parli è meglio il

silenzio".

Ena,...

al porto siamo stati toccati dal vento

che a piacimento ci dispone,

lungo l'asse del sole,

affacciarsi sarà la messa in scena di

santuari accecati d'azzurro,

precipizi come bocche

innamorate del sole

catturano il destino

come un dio ignoto.

Ci perdiamo nel biancore

noi, muretti a secco,

impietrati tra i greppi

come conchiglie tra le rupi.

Teleutaios, ...

l'ultimo giorno a Lèmnos

entra l'autunno come un tempo

prezioso

che più non conosce i falsi culti

delle attese, transitano

i desideri direttamente negli istinti

e ci cambiano come stagioni.

Siamo entrati dentro

la dismisura di un tempio

come passate disfatte attraverso

un tassello fecondo.

Qui l'Attica è sull'altro emisfero,

ma è sempre lo stesso rigore:

bianco argento degli ulivi.

Legioni di invasori hanno

ceduto il passo per ordine del

Paesaggio:

fotogramma policromo come gli dèi di

Sàmos

Chìos

Lèsbos

e Lèmnos.

Qui l'Attica è sull'altro emisfero,

ma è sempre lo stesso rigore:

bianco argento degli ulivi.

(16-25 settembre 2000)

DA ATENE TRA I MUSCOLI DEI CICLOPI

La Grecia moderna rimanda all'antica in un continuo scambio di sovrapposizioni perfino nella pubblicità, come nelle illustrazioni sulle etichette dell'Ouzo, l'aperitivo a base di anice dove compare Apollo su un delfino, una trireme, l'Acropoli, la Venere di Milo, Saffo, Achille o il re Pirro. Oppure i cartelloni che raffigurano un calciatore moderno con un pallone e dietro la statua di un oplita, che gioca anche lui a pallone.

Ripenso ai cioccolatini che mi hanno offerto in aereo, dove tra un £ e una S maiuscole c'era una moneta con la testa di Leonida, l'eroe spartano delle guerre Persiane con tanto di elmo e di lancia. Nella carta stagnola color d'oro era segnata la marca della cioccolateria di produzione: Leonedas, con sede a Bruxelles. Eppure, nonostante tutto, neppure l'estrema commercializzazione della nostra epoca, ha mutato la naturalezza della discendenza dall'antico.

«Nella vetrina di un negozio di souvenirs vidi alcuni satiri con il sesso eretto, allineati davanti ad alcune icone della Madonna. La sua espressione era ancora più dolente del solito. » (V. Alexakis)

Si dice che uno spirito animi un luogo e a crederlo sono soprattutto i poeti. E' attraverso le loro pagine di diario, attraverso i loro frammenti, che un mondo sbriciolato non va in pezzi ma si ricompone fino a formare un significato. Non è un esercizio di tastiera, né una visione ordinata che dispone con cura i pezzi nel museo. Gli occhi del poeta aspettano che la vita prenda possesso di un luogo dandogli una forma. Poi interrogano la forma che ha trasfigurato il naturale trasformandolo in miti, senza fretta, a poco a poco, finché il naturale e il divino non hanno fino in fondo mescolato le loro identità. Così, mentre la gente crede che stiano dialogando con lo spirito che anima il luogo, in realtà i poeti stanno parlando alla terra e a tutte quelle figure che sono dovute passare attraverso la morte per diventare spirito. Parlano con loro come se non fossero mai morti perché dopo la morte, hanno preso definitivamente possesso della terra. E le forme di un tempio, di una coppa, di un oliveto sono diventati elementi della loro vita.

Come ogni mito ha le sue numerose varianti, così ognuno ha cercato nella Grecia il proprio mito, ciò di cui andava alla ricerca. La Grecia eroica e sacra, il miracolo greco, l'anima greca, il carattere greco, l'antica Grecia eterna e sempre presente è iscritta come le nostre malattie nel patrimonio genetico che abbiamo ereditato. La Grecia è il mito dei miti da duemila anni. Il modello di ogni civiltà e di ogni bellezza. Un mito che si rinnova ad ogni cambiamento epocale. Già i Romani, dopo la conquista, non osarono considerarla come una provincia qualsiasi, ma la eressero a loro modello: «Grecia capta ferum victores coepit et ars intulit agresti Latio» diceva Orazio.

La Grecia è l'anima della storia dell'umanità. E' la storia perduta della nostra anima. E' l'anima di cui andiamo in cerca. Ed è lì: nel PICCOLO mondo, il grande! dei suoi poeti, dei suoi tesori, della sua gente, delle sue isole, dei suoi templi.

Ogni viaggio in Grecia è un viaggio nell'anima e non alla ricerca dell'anima. L'anima non aspetta in qualche luogo remoto di essere ritrovata. Tutti i grandi viaggiatori dell'Ottocento sono partiti alla ricerca dell'anima greca, quella che si portavano nel cuore fin dalle prime letture dei classici.

«Isole della Grecia! Isole della Grecia! / Dove l'ardente Saffo amò e cantò / Dove fiorirono le arti della guerra e della pace / Che vide sorgere Delo e nascere Apollo! / Un'eterna estate sempre vi dora / Ma tutto tranne il vostro sole, è morto» scriveva Byron e come lui Shelley, Hölderlin, Heidegger e Goethe aspettavano di ascoltare ancora i fremiti dell'arpa eolica.

Ogni viaggiatore porta con sé una guida, un baedeker e cerca qualcosa che fa parte del suo immaginario, ma il viaggio non si compie finché qualcosa non lo sorprende.

LA VIA PRIVATA

«Non esiste alcun luogo al di fuori del nostro corpo per entrare o uscire dal mondo» ho trascritto un anno fa in un taccuino, ricopiando a frammenti qualche riga di Giorgio Seferis. Ma dove l'ho letto? Sono parole di Seferis? Chi lo ha scritto? L'intenzione era quella di prendere appunti per fermare sulla carta le sensazioni di un viaggio in Grecia. Le righe del piccolo quadernetto nero ora sono illeggibili: spezzoni di frasi, numeri di pagina, parentesi con indicazioni dei temi, nomi, immagini e il tutto affastellato l' una cosa sull'altra, senza rispettare gli spazi, né i margini, né il retro della copertina.

Durante il viaggio non riuscii a scrivere nulla, neppure semplici tasselli da ricomporre a distanza. Eppure le emozioni non scritte tra quegli scarabocchi salmastri, sono rimaste dentro di me per mesi e mesi. Poi si sono trasformate in ricordo luminoso di giorni e ore, di lunghe notti in traghetto: sul ponte, con poco vento ed un mare tranquillo, scuro ma non buio, vivo di riflessi, schiume, umidità, onde. Un mare dallo sciabordio quasi silenzioso, perché sopraffatto dai motori che fischiavano più di un treno in corsa ad un passaggio a livello. Il movimento continuo degli uomini di bordo, il barista assonnato che distribuiva caffè e birra, pacchi di biscotti e patatine piccanti. Pochi passeggeri per la maggior parte poveri, mal vestiti, lavoratori che si trasferivano chissà dove o che tornavano ai loro villaggi, addormentati su poltrone sporche, usurate e noi: i soli turisti, un gruppo di giovani archeologi con zaini e libri, fogli, fotocopie, mappe.

Non saprei più ritrovare i passi esatti di Seferis per una corretta citazione, tanto sono intrecciati alle parole che mi colpivano o che aggiungevo prendendo spunto da ogni occasione.

Eccone alcuni: «dramma del sangue che si recita d'estate fra luce e mare». «Giorno attico nero e angelicato». «Estate attica» e accanto, poco più in alto come gli esponenti di un numero: «trama d'oro », «la tragedia attica », relitti acefali, Atridi, Labdacidi, «linea così ferma, così sensibile, vibrante: una corda».

Non potevo sapere che esattamente un anno dopo, sarei tornata in Attica ed Atene sarebbe divenuta l'argomento principe del mio scritto sulla Grecia. Ho sempre amato istintivamente il Peloponneso, da quando sui libri scolastici parteggiavo per Sparta, la città della fierezza e dell'orgoglio, della forza e della virtù. Diffidavo di Atene, la città dei portici e delle accademie, dei mercanti e dei sofisti, da una mentalità più sottile, astuta, oratoria, passata alla storia come simbolo della libertà e della democrazia. L'eredità romantica con tutta la sua nostalgia per un mondo arcaico, compatto e primitivo è come la gramigna tra le spighe del grano. Difficile per noi estirparla, facile per i miracoli che avvengono in Grecia. Dovevo tornare per capirlo.

Atene ci assomiglia, è l'archetipo di tutte le malattie del moderno: la piazza, il mercato, l'opinione pubblica, la persecuzione, l'ostracismo. Con molta sapienza stilistica lo rammenta bene Roberto Calasso in quel libro straordinario che è Le nozze di Cadmo e di Armonia, riprendendo l'aneddoto di Aristide.

Plutarco racconta che un analfabeta si avvicinò un giorno ad Aristide senza averlo riconosciuto, pregandolo di scrivere il nome Aristide su un coccio. Era il suo voto a favore dell'ostracismo dell'avversario politico di Temistocle. Aristide, senza scomporsi, scrisse il proprio nome e chiese al contadino: «Ma che cosa ti ha fatto di male questo Aristide che vuoi mandarlo in esilio»? «Nulla – rispose l'analfabeta – Soltanto sono stanco di sentirlo chiamare "il giusto"». I primi ad essere vittime della propria riforma furono proprio gli Ateniesi, i creatori della democrazia, della parità di diritto di tutti i cittadini divisi secondo tribù territoriali.

Sparta, con il suo durissimo e aristocratico stile di vita, conserva invece una distanza incolmabile che la consacra in uno spazio ideale.

Tra gli appunti c'è anche qualcosa di più compiuto: «Davvero il paesaggio succhia, come i paesaggi di Teofilo succhiano le persone». E' perfetto, non c'è nulla da aggiungere: la poesia non può dire meglio di così ciò che proviamo. Siamo davvero risucchiati dal PAESAGGIO.

Cespugli, pietrisco, rocce levigate, terreno arido, filari nani di uva ..., «ordalia di asini e di buoi»!, «montagne d'ebano dove ogni vetta è agata e corallo»!, «nessun luogo è proibito a chi ha il passo leggero»!, «i marmi del piccolo tempio ionico erano vivi, con un pallore di carni».

Ed ancora: «nubi in bianchi squadroni come aurighi nell'azzurro mare aprono cinture agli eroi» e «I tuoi occhi, due tragiche conchiglie».

Cosa vedemmo? Cosa ci riservò quell'estate non attica, ma pelasgico-anatolica, frigia e tracia, grandiosamente arcaica e ionica come lo furono gli Ioni d'Asia?

Realmente vedemmo: montagne d'ebano dove ogni vetta è agata e corallo, templi i cui marmi erano vivi come un pallore di carni, ordalie di asini e buoi, occhi come tragiche conchiglie, carri ed aurighi nel mare azzurro, cinture di eroi, pecore, capre, un campo coltivato, un ciuffo d'ulivi, un corso d'acqua e un flauto. Onde, rupi, gorgoni e scogliere. Animali dal crespo vello d'orato e uomini che scortano greggi. Gole, pendii e vallate. Pianure, greppi, limoni e uliveti selvatici. Templi, santuari e rovine sconosciuti da decenni ai turisti, inerpicati su colline sassose note ai soli pastori del luogo.

Realmente ascoltammo i cori dell'antica tragedia, gli èpodi e gli epinici, a Lèsbos bevemmo il vino di Alceo, a Mytilene abbiamo spiato le rupi degli amori di Saffo, a Lèmnos siamo entrati nella grotta di Filottete, abbiamo passeggiato a Chios lungo le spiagge di Omero, per ore abbiamo studiato i Kouroi e le Korai, i gioielli di Samos, i tesori arcaici, i grifoni di bronzo, le statuette votive, le ceramiche geometriche e le terracotte di Cipro, in piccoli musei affacciati sul mare. Siamo rimasti fermi come colonne con gli occhi persi sulla vasta distesa del tempio di Hera, quattro volte più grande del Partenone, ci siamo lasciati risucchiare dalla terra bruna e paludosa con gli arbusti bruciati in un luogo sacro ad Artemide Orthia, la selvatica dea dei confini, barbara e scita.

Quel paesaggio, quell'esperienza supportata dalla vivacità culturale e umana del gruppo di studiosi guidato dal giovane amico insegnante universitario di Archeologia, mi aveva davvero risucchiata dentro un mondo archeologico vivo, dove i marmi avevano lo stesso pallore delle carni e nei santuari ritrovavamo intatta la memoria degli antichi riti. Di quel viaggio, di tutta quell'ordalia di emozioni, accanto alle fotografie avevo collezionato solo qualche verso.

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